Copertina Newsletter n°2
Il kenya non ce la può fare da solo
Ultimi sviluppi in kenya
Iniziative locali
Hai imboccato la strada etnica?
La crisi politica in Kenya
Beviamo il Tè della pace
African Pride

 

AFRICAN PRIDE
Carmen Pace Gueye è una scrittrice ed attivista per la pace italiana.

Mi chiamo Carmen e vi parlerò un po’ di me, con un breve racconto, poco, giusto per arrivare alla fine dichiarando onestamente le mie motivazioni.

Un giorno mi sono interrogata: cosa spinge una parte dell’umanità alla pratica del turismo?
Affiorano pensieri di vasto respiro. Le vicende del secolo scorso, l’industrializzazione, l’emancipazione femminile, il boom economico, la società che cambia. Dietro a questi, seguono considerazioni più modeste, personali. Magari hai letto “On the road”, hai visto tanti film americani e ti immagini alla ventura, in cerca del futuro migliore. Se non hai soldi in tasca ti limiti alle fantasie della mente, alle brevi evasioni dalla realtà quotidiana. Da trent'anni circa siamo entrati nel tunnel del turismo.I rischi non mancano? Il turbinìo non cessa, anzi. Afferma l'intrepido: si rischia anche a uscir di casa, dunque perché rinunciare? Ed ecco il viaggiatore di professione, quello che non si fa mai mancare un paio di uscite all'anno, fotografa, filma e archivia, prima di inchiodarsi nuovamente alla scrivania, in attesa della prossima amnistia. Questo sono stata.
Ho un’unica esperienza dell’Africa, in questa veste e ve la racconto brevemente.

In Marocco si possono evitare le vaccinazioni, basta munirsi di pasticche contro le infezioni intestinali (“ma non ci serviranno, staremo attenti”) e via. Sull’aereo RAM quasi vuoto tentammo di accomodarci nelle prime file della Business, tanto eravamo solo in otto (contati).
Macché: il pilota in persona ci allontanò bruscamente. All’arrivo notturno venimmo tormentati da lunghi ed insinuanti controlli, e peggio andava per le coppie più giovani: inizio dubbio.
Agadir: una lunga spiaggia nebbiosa, odori forti, rumorose trattative al mercato del pesce, una rocca cadente; rifiutammo un’offerta di fumo da un losco figuro che portava scritto in fronte “vi metterò nei guai” e per tutto il tempo del soggiorno rimanemmo in piscina.
La stanza lasciava a desiderare; unica diversione, una palestra con istruttore a caccia di turiste singles. Importante, ci ribadivamo a vicenda, è stare attenti a quel che si mangia e si beve e lavarsi i denti con l’acqua minerale. La soglia di attenzione si abbassò in fretta; vino e acqua in libertà, Roberto mi invitava a rilassarmi. I denti? Che sarà mai, mica beviamo dal rubinetto!
Risultato: dissenteria a gogò, soprattutto per l’incauto coniuge. Dalle prudenti conversazioni con connazionali si apprese che era mal comune, senza gaudio.
Davanti alle lunghissime onde dell’oceano, ecco le donne del posto: facevano il bagno vestite! Mi colse un rigurgito di rabbia femminista.
Escursione guidata a Tarouddant, un posto stile ”The nel deserto”, in una specie di oasi. Arrivò un the alla menta che spaccava lo stomaco, ma ci consigliarono di non rifiutare, a pena di offendere le tradizioni locali (con quale castigo? Mah!). Ci accompagnava il robusto Alì, che chissà perché sfotteva i tedeschi (solo perché, per una volta, non erano presenti). Compagne di viaggio,due signore milanesi. La prima era un’insegnante, non giovanissima. La prof, del peso apparente di un’ottantina di chili, non faceva che ripetere, compiaciuta, quanto gli uomini arabi apprezzassero le donne come lei. Nei bazar insistevano per vendere afrodisiaci, poco fiduciosi nelle capacità amatorie degli europei. Un mercante apostrofò Roberto: ehi amico, con quest'erba sei ore di cavalcata!
Seguì il corrucciamento maritale per un tale ardire.
Rituale passaggio nel negozio di tappeti e varie. All'ingresso il garzone si incapricciò all’istante di me. La prof non capiva come questo potesse accadere: pesavo quasi la metà di lei e, dopo i contrattempi... gastrointestinali, mi sentivo uno scheletrino. Approfittando di un momento di distrazione, il fanciullo mi posizionò sulla testa un bel velo e attaccò coi complimenti: come stai bene, con i tuoi occhi azzurri è l’ideale, ecc. Poi il giovanotto rincorse Roberto, lo acchiappò per un braccio, e gli domandò concitatamente e ripetutamente “quanti cammelli per lei? Quanti cammelli vuoi, monsieur?”.
L’offerta era allettante. Risposta di Roberto:" Te la regalo".
Altro giro, altro villaggio, dal nome così fascinoso: “Inetzgane”. Fu subito ressa intorno agli europei.
A noi. Roberto tentò l’ammutinamento, ma un berbero lo placcò e ci fece, poco democraticamente da guida nel souk. Odore di olive, cumino e tuja. E si comprava, si comprava. Più la mancia al berbero, seguita da maestosi saluti. Serata mondana organizzata, in un locale della zona.Si stentava a trovare posto, poi dei pietosi romani fecero spazio. Menu “nouvelle cuisine” (da fame) e spettacolo di francesi “en travesti”. Tra un’imitazione di Nana Mouskouri (ma chi se la ricordava?) e una satira su personaggi transalpini a noi praticamente sconosciuti, l’efebico conduttore salutò e scherzò in tutte le lingue, compreso lo svedese, tranne... indoviniamo un po’...
Alle italiche rimostranze seguì il ghigno sardonico dell’efebo, evidentemente onusto della gloria di decennali tournées in oscuri locali con compagnie di giro, e il suo salutino in stentato italiano.
Roberto borbottava che non si era ancora ripreso dal malore dei giorni avanti, ma incontrò una rapida guarigione all’appressarsi della danzatrice del ventre, diafana, graziosa e profumatissima che, sinuosa, titillava i sensi dei maschi presenti: tra “drag queens” e odalische, alle donne non aveva pensato proprio nessuno.
Arrivo a Marrakech.
Vetuste motociclette e ciclomotori scassati, motocarri caracollanti, bici, carri trainati da ronzini, R4 per i più fighi. Macchine con targa italiana, proventi di furti. Ragazze carine, donne che ti urlano improvvisamente nelle orecchie con il vibrato di lingua. L’hotel, il Tikida, era situato fuori dal centro, nel bel mezzo di una specie di oasi lussureggiante, con vista sul minareto della moschea di Koutoubia, simbolo di Marrakesh; sul catalogo c’era scritto che: “ dispone di piscina, shopping center, sale arredate spartanamente, ma con bel gusto locale”.
Roberto lamentò subito il fatto che la piccola cassaforte non era murata e preconizzò ruberie.
L’assistente locale, Mohamed aveva l’aria sicura di sé, vestiva all’occidentale e guidava una R4. Si mise gentilmente a disposizione, ma Roberto non si trattenne e lamentò la storia della cassaforte. Mohamed assunse un’espressione fortemente contrariata e sibilò: “ Non siamo mica dei ladri”. Che magra!
Il giorno dell’escursione in città, Mohamed venne sostituito dal segaligno Moustapha. Costui, in abito tradizionale, fu alquanto scostante: rivolgeva battutine indirizzate a Mohamed, da cui si intuiva che i due si detestavano (“quello gira in R4 e io no”) e che le vittime erano gitanti.
Infatti il giro durò un niente, con un Moustapha ( paladino della poligamia) infastidito e ghignante, che ci abbandonò al loro destino per chiacchierare con amici. Ecco un duo di incantatori di serpenti: i rettili gironzolano, un bel cobra danza intorno.
In un baleno uno dei due strani ometti mi acchiappò e, in più lingue, mi indusse a fraternizzare con l’ecoambiente mettendomi un serpente al collo. Annoiata derisione di Moustapha. Allora decidemmo di fare una sortita da soli. Sì, magari. Non avevamo ancora varcato il portone del Tikida che una processione di monelli attaccò a pedinarci, tirando sassi e barattoli. Caramelle, spiccioli, nulla servì a chetarli: riguadagnammo velocemente la strada di casa, prendemmo un taxi, visionammo di fretta ciò che restava del posto, e, di nuovo, ci rinserrammo in albergo fino a termine vacanza.

“la vita di quel mare era come le sorti infinite degli uomini, eternamente ferme in onde uguali, mosse in un tempo senza mutamento. E pensai con affettuosa angoscia a quel tempo immobile, e a quella nera civiltà che avevo abbandonato” (da “Cristo si è fermato a Eboli”, Carlo Levi) E’ tanto che non faccio la turista.
Prima ho pensato che le curiose svolte della mia vita mi inducessero a volgere lo sguardo altrove. Poi sono ricorsa alla metafora della volpe e dell’uva: poiché le mie condizioni economiche sono alquanto declinate dico che me ne frego, in realtà...
Mestamente ho considerato che l’età aveva il suo peso nella decisione: pagherei care certe intemperanze o disavventure. Sono passata a ricordare con risentimento le sfilze di fast food che infestavano negli ultimi tempi i più remoti borghi della Castiglia o dell’Algarve e per un po’ mi sono figurata uno scenario: io aspirante no- global, genere attempato.
Per sovrappiù mi ha colto un senso di colpa: se tutti seguissero il mio esempio, sai quanti posti di lavoro persi e quanta povera gente del terzo mondo si ritroverebbe di nuovo alla fame!
Mi sono ricordata di tutta la povertà che ho visto - e non era ancora la peggiore condizione in cui ci si può imbattere- e di tutte le guerre e guerricciole che imperversano, mentre divoro la mia brioche mattutina. Baby prostitute tailandesi; bambini africani che muoiono di tutto quello di cui si può morire; guerre etniche; donne umiliate. Mi sono sentita qualcosa tra Ghandi, Florence Nigthingale ed Ernesto Che Guevara ma…sono solo io. Devo vivere al meglio che so e posso, nei limiti del possibile com’ è nel mio diritto, mi vado ripetendo, così mi dimentico di tutto e guardo il cielo. Anche perché nel frattempo mi ritrovo in coda alle poste, all’ipermercato, alla mensa, dal parrucchiere, alla stazione Brignole, e vado in confusione. Vorrei abitare a Paperopoli. Non sono più a mio agio a casa mia. Il sistema tende a espellermi, ma questo non mi dispiace. Vorrei solo che un posto del mondo mi chiamasse, si facesse udire, mi dicesse che ha bisogno di me, proprio di me.

Per un poco ho creduto che l’Africa potesse essere quel posto, ma poi essa è venuta da me e forse basterà così, ma possiamo muoverci anche senza aereo, con la forza dei nostri sentimenti e della nostra volontà. Forse basterà sentirsi orgogliosi di essere africani, come lo sono loro e dimenticare le nostre piccole realtà, ogni tanto. Allontanare l’approccio pietistico, quello condiscendente, quello del benefattore e, di più, andare anche oltre il rispetto, l’ammirazione, il mito, l’ideologia, lo svago, tutti aspetti in cui, onestamente, spesso l’occidentale pesca nel motivare il suo amore per l’Africa. L’ Africa non è fuga dalla realtà, è realtà, con pregi e difetti, nulla che noi dobbiamo cambiare. Ricordiamo che nessuno è disposto facilmente ad abbandonare cultura e tradizioni e che nessun aiuto si può sperare di offrire, se condizionato. L’Africa non cambierà per noi, forse accadrà il contrario.
Uno slogan?
IO SONO AFRICANO

 
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