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LA CRISI POLITICA IN KENYA:
Una richiesta di giustizia e di una soluzione pacifica

Maina Kiai fa un appello appassionato alla serietà e all'impegno di tutti gli attori politici perchè perseguano una soluzione per la crisi politica del Kenya.
Maina Kiai è il presidente della Commissione nazionale del Kenya sui diritti dell'uomo (KNCHR), un organo indipendente che si occupa di proteggere e promuovere i diritti umani in Kenya. Scrive a nome del KNCHR, ed anche del KPTJ, “Keniani per la pace attraverso la verità e la giustizia”, una coalizione che in Kenya riunisce più di 50 gruppi che si occupano di diritti umani, legalità e governo. Fonte Pambazuka.org

Il Kenya è ad un bivio che significherà o la disintegrazione completa del paese o l'inizio di una nazione nuova, più democratica e più sostenibile, adatta ai bisogni ed alle aspirazioni della gente nel ventunesimo secolo. In un modo profondamente un doloroso e costoso - in termini di vite perse e di distruzione - la crisi in Kenya ha offerto al paese un'occasione unica di fare un balzo in avanti, in un modo che stiamo chiedendo da 20 anni a questa parte. In un senso, il Kenya si trova in un momento di "guerra civile" come gli Stati Uniti nel 1861. Come quella guerra era un passo chiave nella costruzione e nella solidificazione delle credenziali democratiche degli Stati Uniti, così questo momento potrebbe condurre il Kenya a vette ben più elevate se maneggiato con cura sia a livello nazionale sia internazionale.
In questo contesto, la mediazione che attualmente continua sotto la direzione di Kofi Annan, Graca Machel e Ben Mkapa è l'ultima buona possibilità affinché il Kenya vada avanti. Qualunque cosa possa essere fatta per tenere i giocatori al tavolo, e che li mantenga fiduciosi, è importante. E gli sforzi che fanno ritardare o sovvertire i colloqui - sia attraverso dichiarazioni e azioni insensibili sia provando a prolungare i colloqui con atti di ostruzionismo - devono essere condannati. Una pressione costante a livello regionale ed internazionale è necessaria particolarmente sui sostenitori della linea dura che pensano che la crisi perderà interesse in poco tempo. Le conseguenze del fallimento degli sforzi di mediazione sono troppo dure da immaginare, non solo per il Kenya ma per tutta la regione centro - orientale dell’Africa.
Quello che sta succedendo in Kenya è una crisi politica con manifestazioni a carattere etnico perché in Kenya è la politica ad essere organizzata su base etnica. Chiaramente ci sono dissensi e differenze nella società keniana che sono spuntate brutalmente in superficie. Ma queste sono scoppiate a causa del fallimento dei mezzi pacifici per risolvere e rivolgersi a queste differenze, compreso il fallimento delle elezioni e delle riforme politiche promesse al Kenya nelle elezioni del 2002. La crisi nel Kenya era prevedibile. Nel mese di marzo del 2007, il KNCHR ha presentato un memorandum al presidente Kibaki invitandolo a mantenere "l'accordo verbale" proposto sin dal 1997, per il quale tutti i partiti hanno fatto le loro nomine per decreto alla Commissione elettorale del Kenya. Abbiamo sostenuto che la cessazione unilaterale dell'accordo probabilmente avrebbe dato origine al caos e all'instabilità se si fossero disputate le elezioni. Inoltre, da gennaio 2006 siamo testimoni dei tentativi costanti da parte dello stato di ridurre lo spazio democratico e di instillare la paura nella società.

IL LIVELLO DI CRISI
Circa 1000 persone sono state uccise nel mese seguìto allo scoppio delle violenze, il 30 dicembre 2007. Si noti che 3000 persone sono state uccise fra 1992 e 1998 negli scontri istigati dallo stato nel paese. Durante quello stesso periodo, più di 300.000 persone sono diventate profughi interni, la maggior parte dei quali non ha fatto ritorno alle proprie fattorie né alle proprie case. Nel mese successivo alle elezioni, altre 300.000 persone sono diventati sfollati interni.
Parte della ragione per cui la milizia- da entrambe le parti- è stata così potente e pericolosa è che ha avuto origine dalla violenza precedente degli anni ’90 e non è mai stata smobilitata. Né si è verificato un processo che abbia evidenziato le cause alla radice di quella violenza, con il governo Kibaki deciso a nascondere il tutto come la polvere sotto il tappeto, malgrado le promesse della campagna elettorale dicessero il contrario. Con le rimostranze che bollivano e fermentavano venendo in superficie, era relativamente facile riattivare la milizia usando metodi simili a quelli degli anni ‘90. e, cosa più importante, coloro che aveva finanziato e pianificato gli scontri degli anni ’90 non sono mai stati puniti.
Si stima che nel mese successivo all’inizio della crisi, l’economia keniana abbia perso qualcosa come 3 miliardi di dollari e circa 400 mila posti di lavoro. Inoltre la crisi ha seriamente coinvolto le economie di Uganda, Ruanda, Repubblica Democratica del Congo (la zona orientale) e Sudan meridionale, e avrebbe potuto portare questi paesi alla rovina, se fosse rimasta senza controllo. Tutte queste nazioni hanno una storia di conflitti e violenza che potrebbe essere risvegliata dal crollo economico.

Abbiamo osservato 4 forme di violenza:

  1. Rivolte spontanee di folle che protestano contro le dubbie elezioni presidenziali. Queste folle hanno saccheggiato, violentato e bruciato abitazioni in modo anarchico.
  2. La violenza organizzata dalla milizia di sostegno all’ODM nella Rift Valley diretta contro quelli che venivano percepiti come avversari politici. L'azione iniziale della milizia ha innescato atti di violenza da parte dei sostenitori del PNU, soprattutto a Nakuru, nelle zone di Naivasha nella Rift Valley e a Nairobi.
  3. Uso eccessivo della forza da parte della polizia in modi che potevano far pensare ad ordini tipo "spara per uccidere" contro manifestanti disarmati, soprattutto nelle roccaforti dell’ODM, compresi Kisumu, Kakamega, Migori e lo slum di Kibera a Nairobi. La sorveglianza è stata irregolare nella sua esecuzione. In alcune zone forti dell’ODM, la polizia stava sparando con l’intenzione di uccidere, mentre quando si trovava di fronte alla milizia pro-PNU, la polizia ha scelto di negoziare con quei gruppi. Tuttavia, nella zona di Eldoret, la polizia si è decisamente fatta da parte e stava a guardare mentre i sostenitori del PNU venivano uccisi e le loro case bruciate.
  4. La milizia locale nelle zone pro-PNU, quando dovevano accogliere i profughi interni (IDPs) che venivano dalla Rift Valley, si sono mobilitati per solidarietà e se la sono presa con quelli che ritenevano sostenitori dell’ODM, uccidendoli e dando fuoco alle loro case. La violenza non è né genocidio né pulizia etnica: la radice del problema non è che diversi gruppi etnici abbiano deciso che non potevano più vivere assieme. La radice del problema è l’incapacità dei mezzi pacifici di fronteggiare le proteste. Affinché questo sia genocidio ci dovrebbe essere sia la complicità dello stato sia il crollo dello stato, ed il primo obbligo per lo stato dovrebbe essere quello di provvedere forme di sicurezza adeguata per le persone a rischio. Invece abbiamo un sistema di sicurezza irregolare e selettivo che ha accentuato la proibizione a Raila Odinga di organizzare proteste a Nairobi, invece di proteggere i profughi interni e le altre persone a rischio nel paese. Quindi noi crediamo che il modo più rapido ed efficace di ridurre la violenza sia progresso negli attuali colloqui di mediazione.

CHE COSA HANNO INNESCATO LE ELEZIONI
È chiaro che il flagrante tentativo di “rubare” l'elezione presidenziale sia stato il primo innesco per la violenza. Tutti gli osservatori indipendenti hanno detto che il processo di spoglio dei voti era così scorretto che è impossibile dire chi abbia vinto l'elezione presidenziale. Fin dal 1992, le elezioni del Kenya sono state progressivamente migliori e più giuste, culminando nelle elezioni del 2002 che sono state le migliori in assoluto, e nel referendum sulla costituzione del 2005. L'effetto di questa progressione è che i keniani infine hanno creduto nel potere del voto come modo di mettere insieme le differenze in via pacifica, un fatto confermato dalle tendenze di voto nelle ultime elezioni parlamentari, che hanno visto quasi il 70 per cento dei parlamentari uscenti perdere il loro posto. Quando questo senso di responsabilizzazione è stato sovvertito e gli spazi legali pacifici per le proteste non sono stati più permessi, non sorprende che siano montate le frustrazioni e ne siano seguite violenze. Abbiamo documentato alcuni dei fatti e analisi che mostrano chiaramente che i difetti nello spoglio dei voti presidenziali hanno reso insostenibile la conclusione che Mwai Kibaki sia stato eletto legalmente. Con il beneficio di giudizio retrospettivo,sono state fatte delle mosse che danno una misura di un piano ben orchestrato che assicurasse un risultato predeterminato.

Queste azioni includono:

  1. La decisione del presidente Kibaki di abrogare l'accordo di 1997 sulla formula per le nomine alla Commissione elettorale, accertandosi che tutti i commissari siano stati nominati da lui da solo
  2. Una decisione amministrativa all'interno della commissione elettorale (ECK) che conferisse responsabilità ai commissari per le loro regioni di provenienza, una cosa che non ha precedenti, e che significa aver nominato tutti i funzionari addetti alle elezioni nei collegi elettorali delle loro stesse regioni, creando in tal modo un conflitto di interesse
  3. Il rifiuto di un'offerta dall’IFES per installare un programma di elaborazione dei dati che permetterebbe ai funzionari della commissione elettorale, nei collegi elettorali, di inviare elettronicamente i risultati a Nairobi e di lì su uno schermo gigante fruibile dal pubblico, rendendo così virtualmente impossibile cambiare i risultati
  4. La decisione di abbandonare l'utilizzo del personale dell’ECK nel Centro di Verifica e Spoglio dei Voti in favore di uno staff scelto con criteri di casualità, e fornito direttamente dai Commissari
  5. si sono rifiutati di assicurarsi che i funzionari addetti alle elezioni, in zone con una larga maggioranza prevedibile per l’uno o per l’altro candidato, venissero da aree del paese diverse, in modo da ridurre la possibilità di brogli elettorali.

COME ANDARE AVANTI ED IL RUOLO DEL CONGRESSO E DEL GOVERNO U.S.A.
In questo "momento costituzionale" che il Kenya ha raggiunto, crediamo che una via d’uscita debba essere centrata su verità e giustizia come l'unica strada sostenibile per la pace e lo sviluppo. È il momento per il Kenya di concludere con l’impunità, che è stata una caratteristica costante della nostra storia dall’indipendenza in poi, ed anche di finirla con l’idea che "chi vince prende tutto" o "il posto a chi c’era già".

Nello specifico, chiediamo:

  1. Un'indagine indipendente internazionale sul processo presidenziale di elezione 2007 per chiudere l’episodio delle elezioni, scopre chi ha fatto che cosa e perché; chi la ha ordinata; e promuovere la responsabilità
  2. Un'indagine indipendente internazionale sulle violenze post-elettorali – che riguardi i cittadini e la polizia- così che si prendano la responsabilità da tutti i lati.
  3. Un governo di transizione ad interim da formare con poteri limitati di governo e per un periodo limitato – un anno o due - con Kibaki ed Odinga investiti di uguali poteri.
  4. Le funzioni primarie di questo governo ad interim dovrebbero essere la riforma costituzionale, e soprattutto esaminare le modalità di riforma dell’attuale “Presidenza Imperiale”; motivate riforme elettorali, riforme della polizia, riforme giudiziarie, riforme fondiarie, riforme dell’amministrazione civile, decentramento del potere; e indire nuove elezioni alla fine di questo periodo.
  5. Il governo ad interim dovrebbe anche avere l’incarico di raffreddare gli animi e incominciare un processo di riconciliazione attraverso una “Commissione Verità Giustizia e Riconciliazione” che sia immediatamente operativa dopo le nuove elezioni. È importante che le elezioni presidenziali si tengano alla conclusione del governo ad interim per ispirare la fiducia nei processi elettorali del Kenya e come segno di un Kenya rinnovato.
  6. è inoltre importante notare che un lavoro significativo in tutte queste aree della riforma è già stato fatto in varie bozze costituzionali ed anche dalle Commissioni governative e da gruppi di esperti, sicché il Kenya non partirebbe da zero.
Per assicurare che ci sia buona volontà nella mediazione è di importanza fondamentale che il lavoro del governo degli USA collabori con il resto della Comunità internazionale per mantenere la pressione sui capi del Kenya affinché trattare la mediazione con la massima serietà. A questo scopo, accogliamo favorevolmente la leadership degli Stati Uniti nel sollevare la questione della crisi keniana al Consiglio di sicurezza dell’ONU, e richiediamo che la pressione a questo livello sia mantenuta ed aumentata. Inoltre invitiamo il Congresso a chiedere senza indugio il risultato degli exit poll condotto dall’IRI (International Republican Institute) in modo da mantenere la pressione sulle parti, per negoziare lealmente. In più, invitiamo il congresso a lavorare con l'Unione Europea per avere al più presto il rapporto di degli osservatori internazionali dell’UE. Nel caso di continue intransigenze da una qualsiasi delle due parti chiediamo che il congresso imponga limitazioni ai viaggi internazionali ai fautori della linea dura di entrambi gli schieramenti, soprattutto a coloro che furono implicati nell’istigare la violenza sia da parte della milizia sia della polizia. Questi divieti di viaggiare dovrebbero estendersi ai sostenitori della linea dura nell'amministrazione civile e alle loro famiglie. Inoltre, i beni degli sostenitori della linea dura e di quelli coinvolti nelle violenze dovrebbero essere confiscati e congelati. Per concludere, è importante che i militari e l'assistenza di sicurezza degli USA siano immediatamente bloccati. L'assistenza degli Stati Uniti al Kenya dovrebbe essere incanalata attraverso fonti non governative.

 
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