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HAI IMBOCCATO LA STRADA ETNICA? Ecco la lista delle cose da fare
Di Mildred Ngesa – Daily Nation, 11 febbraio 2008
Attenzione! Questi sono alcuni segni pericolosi da considerare che indicherebbero che state scivolando nel bozzolo della discriminazione etnica. Prima del 27 dicembre dell’anno scorso, queste indicazioni vi sarebbero sembrate poco significative. All’improvviso, eccole diventare importanti criteri decisionali. Tiratevene fuori, prima che sia troppo tardi. Tribalista chi, io? Assolutamente no! Beh, probabilmente non ci avete mai pensato ma i due mesi scorsi sono stati delicati per tutti noi keniani.
Siamo tutti sempre più colpevoli di permettere che pregiudizi di tipo etnico annebbino la nostra capacità di giudizio e guidino il nostro modo di pensare. Ci stiamo dimenticando che questa è una strada distruttiva da percorrere, in un paese unito cui appartengono qualcosa come 42 comunità etniche. Ci stiamo dimenticando che dopo tutto ciò che è stato detto e fatto, i raggruppamenti su base etnica perdono di senso, dal momento che c’è un unico paese in cui vivere. Facciamo presto a negare il fatto che coviamo tendenze etniche, mentre invece conviviamo con questo meccanismo ogni giorno. Cominciate ad avere una propensione “etnica” se:
Improvvisamente state pensando di sfrattare i vostri inquilini solo perché avete imparato che vengono da quella che percepite come “la tribù nemica”.
All’improvviso avete cambiato parrucchiera, meccanico, o dottore perché siete sdegnati dalla comunità da cui provengono.
Improvvisamente avete smesso di chiamare e di parlare ad un amico che vi era molto vicino o ad un conoscente perché ritenete la loro comunità responsabile del caos nel paese.
Vi prendete gioco o al contrario indietreggiate nel momento in cui il passeggero seduto accanto a voi risponde al telefonino in un dialetto che ritenete essere quello del nemico.
Avevate intenzione sposarvi ma adesso siete esitanti perché vi urta il fatto che il vostro futuro coniuge abbia un retroterra etnico diverso dal vostro.
La vostra condotta e le vostre percezioni, in quanto insegnanti, in classe sono guidate dal cognome dei vostri studenti.
Leggete attentamente i curricula che arrivano sul vostro tavolo e liquidate quelli della comunità “del nemico” senza degnarli nemmeno una seconda occhiata.
Vi tendete e vi zittite quando durante la pausa pranzo un collega appartenente ad un’altra comunità si sistema nel tavolo dove stavate discutendo tranquillamente con “la vostra gente”.
PROPRIO NON LO SOPPORTATE
Vi offendete e protestate perché vostra figlia o vostro figlio ha un appuntamento con qualcuno o qualcuna della comunità “nemica”.
La provenienza etnica del vostro parroco vi porta ad evitare il servizio religioso.
Vi preoccupa la provenienza etnica degli insegnanti dell’asilo di vostro figlio.
La provenienza etnica del vostro amico comincia a minare la vostra amicizia.
Tutte le persone che fanno parte della “giostra” in ufficio provengono dalla vostra comunità, con il compito non scritto di non introdurre “stranieri” nel gruppo.
State chiedendo ai vostri figli di rimanere in casa perché non giochino con i vicini, di una comunità “nemica”.
Non sopportate chi parla il proprio dialetto, specialmente quello del “nemico”.
Vi augurate la morte del vostro capo perché proviene da un’altra comunità etnica.
Non sopportate di stare in una stanza con persone di provenienza etnica diversa dalla vostra.
Vi rifiutate di partecipare al matrimonio di un amico perché gli sposi vengono da una comunità etnica sfavorevole.
Utilizzate dei termini sprezzanti per descrivere qualcuno di un gruppo etnico diverso – termini che non gli avreste mai detto in faccia.
Inconsciamente provate a determinare la tribù del cameriere che vi sta servendo o del cliente che state servendo, con l’intenzione di sputargli addosso.
Fate terminare il servizio dei vostri impiegati puramente su considerazioni etniche mentre fingete che si tratti di una misura per tagliare i costi.
Smettete di guardare quel certo presentatore alla tv o di ascoltare quel certo programma alla radio solo perché quelle persone vengono da una comunità etnica diversa.
All’improvviso siete maleducati senza motivo e vi sentite offesi nei confronti di un vicino di casa di una comunità etnica diversa, ma con cui all’inizio non avevate alcun problema.
Volete sapere la provenienza etnica degli insegnanti a scuola vostra prima di dar loro il benvenuto nel gruppo o di distribuire diversi incarichi e privilegi.
All’improvviso diventate indifferenti e negligenti verso i pazienti di una diversa comunità alla clinica o all’ospedale in cui lavorate.
Siete dubbiosi nell’accogliere uno dei profughi interni di origine etnica diversa perché li percepite come “nemici”.
Siete particolarmente selettivi nell’accogliere un profugo interno che volete aiutare, concentrandovi solo su quelli del vostro gruppo etnico.
Chiedete il cognome a quelli che state aiutando mentre fate il servizio civile, favorendo soltanto quelli della vostra provenienza etnica.
Fate circolare messaggi di posta pieni di odio e di frasi sprezzanti spedendoli soltanto alla “vostra” gente della vostra mailing list, con l’unica intenzione di sputare addosso ad un’altra comunità etnica.
Sperimentate questa amarezza inesorabile dentro di voi contro una comunità etnica diversa per motivi che non riuscite a spiegare con chiarezza.
CICATRICI TROPPO PROFONDE DA GUARIRE
Che cosa dire a Bernard Ndege, 50 anni, di Naivasha, che da un recinto guardava paralizzato mentre le sue due mogli e i suoi otto bambini venivano arsi vivi in casa? Che linguaggio si può utilizzare per consolare quest’uomo, sopravvissuto alle atrocità della violenza istigata dall’odio etnico, ma morto dentro, assieme a tutta la sua famiglia, anche se continua a camminare su questa terra che lo ha ferito così profondamente? Ci sono parole di compensazione che valga la pena pronunciare per le mille persone che sono morte nel nostro paese in una guerra giudicata necessaria da politici incapaci che si ritengono dei leaders?
È facile ergersi da una parte a condannare e castigare specialmente quando non siete coinvolti direttamente, come Bernard Ndege. È facile simpatizzare e andare in giro ad addolorarsi, pregare un po’, e poi rifugiarci nel nostro angolino sicuro mentre le persone come Ndege guardano in faccia il diavolo con immagini che non potranno mai essere cancellate per tutta la vita. Continuiamo ad osservare il ping-pong di intellettuali seduti in costose camere d’albergo con l’aria condizionata a dibattere sul nostro destino come se fossimo una massa di quaglie al macello alla mercé dei nostri macellai.
Ci dicono che il governo ha il controllo della situazione e che questo paese è ancora il paradiso bramato da molti. Ci dicono che il ruolo della legge e della giustizia ancora prevale e che i sistemi di sicurezza nel paese sono in allerta ed operativi. Ci dicono, contro l’opinione comune, che il governo del giorno si preoccupa di salvaguardare la vita di ogni individuo e di assicurare giustizia e prosperità per tutti. Ci dicono un sacco di cose – cose che persone come Ndege e altri come lui davvero non vogliono sentire – cose che è troppo tardi perché loro se ne preoccupino. Un centinaio di persone sono morte senza sapere perché. Più di 350 mila stanno gridando per la loro sopravvivenza e stanno cominciando a capire perché. Senza contare tutte le altre persone che
sono affogate in gusci vuoti, come Ndege, che probabilmente il perché non lo capirà mai. Loro sono ancora qui. Se fossi nel Governo, farei attenzione alla vuota retorica e al teatrino senza senso della politica rivolta alle masse, ferite troppo profondamente per fare caso a queste cose. E poi sarei preoccupata, molto preoccupata.
Il mio cuore si infiamma col desiderio del suicidio dell’”etnico” che è in me. Qui confesso di essere una drogata dell’amore e del romanticismo. Un’overdose di entrambe le cose ha la garanzia di spedirmi così in alto che sarete perdonati se direte che un’aureola sta sopra la mia testa.
Qualsiasi donna con un cuore vi dirà che non può averne abbastanza di questi dilemmi amorosi, che siano in un grandi quantità o in piccole dosi germogliati dal nulla. Non ho un vestito rosso da indossare questo martedì né ho intenzione di anticipare un carro carico delle rose da esportazione più belle di Naivasha per adornare la mia tavola e accecarmi la vista, anche se il mio cuore si
infiamma col desiderio di commettere un suicidio dell’etnico che è in me.
Lo chiamano il giorno degli innamorati. San Valentino. Sono trascorsi quasi due mesi di follia e molti di noi hanno dimenticato che cosa sia l’amore. Molti di noi potrebbero anche non voler ricordare che cosa sia l’amore. Io scelgo di fare delle digressioni.
Il paese era a ferro e a fuoco – probabilmente sta ancora bruciando. Sappiamo il risultato. Potreste essere uno di quelli che si trova coinvolto nell’amare una persona della tribù “nemica”. Questo potrebbe essere il test della vostra vita – il più grande ostacolo del vostro amore.
Questo martedì tentate un suicidio etnico. Potrebbe essere il culmine di un amore che si fa beffe del tribalismo con uno spaventoso sogghigno – un amore che sarà il simbolo della guarigione di questa nazione?
PROVA D'AMORE
Vero, lo strappo innescato dalla violenza del dopo – elezioni ora si percepisce anche nella sacralità dell’unione matrimoniale. Cognomi e luoghi di nascita ora sono determinanti per le relazioni.
Comunque, è ora di mettere alla prova il vostro senso di onestà, il vostro giudizio di valore, l’integrità e la dignità al di là delle frontiere etniche.
Andate avanti, commettete quel suicidio e dichiarate il vostro amore al vostro partner più di quanto abbiate mai fatto prima. Anche se questo significa scendere fino a quel passaggio elusivo per dare prova del vostro amore.
Andate avanti, amatelo o amatela fino alla morte se dovete, poiché questi sono tempi disperati per l’amore – tempi prima di tutto per provare che la tribù non ha nulla a che vedere con l’amore.
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